Dopo le lingue e le culture materne...

Un uomo cammina, pensa.

Nella condizione leggera di un pomeriggio di vento, per caso, in un bosco.

Forse il bosco non c'è, c'è l'acqua, per caso, in un parco di una città pesante per convenzione o per mancanza di attenzione.

Percorrendo in tensione un parco o un bosco Giorgio Pagano raccoglie un oggetto, come un'idea nel corpo di una materia ruvida, ostile nello spessore, delicata all'apparenza perché difficile da trattare. Nell'occasione delle cose riconosciute rami leggeri raccolti con intenzione in un parco o in un bosco dall'artista in cammino, diventano frecce di metallo, pesanti e leggere per discrezione, precise nell'attacco, calibrate nella direzione.

Trafiggono crudelmente l'esterno e l'interno del «quadro», articolano il percorso dell'uomo nel Tempo.

L'uomo, scheletrico nella sua solitudine, nell'ansia della corsa, dilata lo spazio scuro e opaco del vuoto riempito del Nulla, e raggiunge lo spazio lucido del bianco immacolato, nell'ellisse delle possibilità infinite. L'uomo in corsa sul cavallo azzurro impugna un arco per scoccare le frecce in un attimo di storia già conosciuta.

Nel gioco dell'artista i segni della notte racchiusi in un riquadro hanno diluito i tempi dell'attesa, un pezzo di carbone accanto all'altro, mentre l'ellisse luminosa delle cose dette e non dette si sposta nei fatti dell'esperienza quotidiana accettati per entusiasmo di conoscenza. C’è una donna che allatta un bambino e c'è un uomo che li guarda. Una scritta al lato di questo fatto poetico racchiuso in un'immagine di ambigua circolarità. Un cerchio che non è un cerchio, forse bisogna imparare a guardare o forse bisogna ricominciare a sentire. Se l'arte, per esempio, potesse essere un tentativo di sfuggire all'indifferenza... Un desiderio diventato bisogno di ritrovare le parole, per dire, di inventare i suoni, per modulare sugli strati di un nuovo linguaggio la costruzione di una lingua, per comunicare.

E nel silenzio di un ideale antico di purezza il farsi arte di un oggetto ripercorre il sogno di tre uomini chiamati per caso Cicerone, Dante, Zamenhof. Sulla superficie segnata dalle stratificazioni del legno del rame e della formica il tentativo di definire un'opera, in un oggetto quasi finito... come pittura, come scultura, come composizione di architettura, che raccoglie visivamente i mutamenti leggeri dello scorrere del pensiero.

Un senso dato all'utopia, in quel fatto di seduzione che si vuole chiamare arte. L'artista una volta disse di aver amato gli artisti del Rinascimento per quella tensione in cui l'arte diventava un sistema totale, un sistema di vita...

Fondamentalmente, tutte le storie dell'arte parlano dei fatti della vita che hanno trovato un «sistema» per essere detti.

Un uomo diventato «contemporaneo» per caso, ascolta le voci del fuori e i lamenti di dentro, segue il respiro della memoria, registra i frammenti di quegli sguardi di quel tempo che per evidenza gli è stato concesso di vivere. Lo sguardo cerca di allungarsi per vedere, ancora, qualcosa in più, il respiro viene modulato nella concentrazione del Tutto. Vivendo nell'Occidente, non si vuole nascondere l'Oriente.

Il respiro modulato diventa scansione del tempo che in armonia con la luce e il colore svela piccoli spazi infiniti, punteggiati e colorati. L'artista li segue, per curiosità di vita e per esigenza di conoscenza. Negli spazi infiniti si ritagliano figure e si segnano territori per indicare la totalità del sentire. Un sentire filtrato dalla lingua che ha creato le immagini che a volte si fissano sui pannelli. Un percorso interiore, visivo e circolare che sembra fermare, sezionandola, la velocità della pellicola del cinema.

Ma l'immediatezza visiva delle immagini, ritagliata con precisione, sembra preparare l'evento che sempre, nella notte e nel giorno parlerà del tempo degli uomini che hanno cercato...

ROSMA SCUTERI, Roma 1990

 

 

Ultima modifica il Domenica, 17 Novembre 2013 11:44
(C) Giorgio Kadmo Pagano