Ora vi dico: Mauro, Gino, Giorgio

“Con me e con gli amici”

 Con Mauro e suo padre, l’architetto,
ho visto
-vedo-
il Duomo di Orvieto.

Ci andammo in gita in tre, lui e il padre
chissà come invitarono me
tutto un giorno.

Partimmo presto, da piazza del Popolo
per tornarvi al tramonto.

Ma poi anche Mauro con me
vide
mio padre, in alto, sul tetto
d’una casetta, che faceva lui stesso 

in un lotto di terra – mille metri –

a Valle Martella. 

L’architetto Biuzzi con il figlio

stava col Duomo davanti quel giorno

- ricordo il loro sfavillare -  

e dopo pranzo andammo

su una vasta collina col casale 

che lui

voleva acquistare. 

 

Ma certo anche Mauro con me 

stette un giorno in quel lotto, nell’orto 

con mio padre davanti sul tetto, 

al lavoro, perfetto. 

 

-E avevamo

un altro amico,

Giorgio.

 

Ora vi dico: Mauro, Gino, Giorgio
visto che abbiamo visto 
da tanti anni ormai tutto un giorno, 
lo stesso Duomo,
lo stesso uomo,

lo stesso orto,
quella casetta in basso,
quell’ in alto casale,
vogliamo, vi prego, convolare? 
Ci vogliamo, vi prego, rivivire?

La poesia “Con me e con gli amici” di Giselda Pontesilli ci parla, come già dice il nome,

di lei e dei suoi amici;

ma solo perché, in fine,

è un appello,

l’appello più urgente, e concreto, a questi suoi concretissimi amici

–che lei qui  dice,

appello diretto: “vi prego” –dice, “vi prego” di “con-volare”, “rivivire”,

cioè pensare insieme-agire uniti.

Ma, innanzi tutto, chi sono, questi amici? e perché gli si chiede il volare, cioè  pensare-agire? e da e per dove,

volare?

Sì, proprio a loro, eminentemente a loro

compete questo sperato effettuale agire, perché sono stati unanimi “un giorno” –lei dice-

unanimi nel vedere “tutto”, il Tutto,

nell’essere,

solo loro allora –e fino a ora,

strenuamente, disperatamente, non nichilisti.

Allora, in uno dei suoi brevi scritti di allora, lei dice:

“Siamo amici; grazie a un riconoscimento reciproco avvenuto, che, per la sua forza, difficilmente verrà revocato”.

Ecco, si erano riconosciuti:

- malgrado tutto e tutti - non nichilisti; ciascuno -in un suo proprio modo,

vivificatore, non nichilista.

Ecco: quel riconoscimento reciproco non è revocato –lei oggi dice.

Oggi: dopo

“questi anni di sempre più accentuato isolamento e sempre meno probabile comunione di intenti”;

oggi: separati e scomunicati, come tutti,  

ma sempre –loro- non nichilisti;

sì, perché hanno volato, hanno pensato-agito, seppure soli,

come si può da soli,

malgrado fossero maledettamente soli; come si può,

cioè,  allegoricamente.

Infatti:

Mauro Biuzzi –Artista:

non hai subìto l’ insignificanza impazzita dell’arte, l’epifenomeno -senz’arte,  né pensiero, né parte – dei postmodernisti,   così hai agito, hai fondato allegoricamente il “partito dell’amore”, dicendo:

 

“Con il nostro antipartito, ci opponiamo al partito dell’alienazione e della simulazione: questo superpartito unico è il vero fantasma che si aggira per l’Italia e per l’Europa e lo si riconosce perché compone il suo linguaggio fantasma con frammenti impazziti di linguaggi ideologici”;

Vogliamo “sostituire il linguaggio alienato dei partiti e delle ideologie lasciando emergere la lingua amorosa delle attuali società civili”.

 

Infatti:

Giorgio Pagano –Artista:

hai còlto subito, il crollo dell’ideologia, la crisi del sapere, la fine del marxismo,

e che l’arte vi reagiva

“non con migliorato comprendere, non con rinnovata azione creativa e razionale”,

bensì con la rinuncia, l’  “istituzionalizzazione della soggettività”, l’eclettismo, il citazionismo, la superficialità:

così, nel tuo inosservato, isolato saggio Arte e critica dalla crisi del concettualismo alla fondazione della cultura europea, hai disaminato Transavanguardia, Anacronismo, Nuovi-nuovi,e hai concluso con una “dichiarazione”,

 

un “manifesto” scritto con Gino Scartaghiande, Beppe Salvia, Giselda Pontesilli, e letto da Gino a Roma,

l’8 Settembre del 1984 al Festival Internazionale dei Poeti;

 

una dichiarazione, un “allegorico” agire insieme:

 

“[…]  A noi sembra che l’attuale saccheggio di geometrie storicistiche ed eclettiche filologie sia viziato a tal punto da consentire una fittizia rinascita artistica nello stesso momento in cui la spiritualità che essa dovrebbe testimoniare tocca il suo fondo.

A volte ci si rivolge al passato sperando che esso, nel suo intoccabile splendore, ci accolga e difenda. Ma è più spesso la disillusione delle forme vuote a rimanerci in mano.

E’ dunque necessario per noi prenderci cura della fragile natura del presente, e fondare in esso una tradizione futura, dentro e oltre il riflesso del passato.

E del presente la necessità prima ci sembra essere l’unificazione europea.

Europa come regione dello spirito, come il ritrovato luogo di un lavoro vero, che riguarda tutti.

L’unità “internazionale” del mondo, attraverso l’imperialismo di alcuni popoli sugli altri, è fittizia, è disillusione.

La via da praticare è invece quella dell’unione reale, là dove spirito e corpo coincidono: l’unione europea assume, in tutti i suoi aspetti, la ricerca di un’unione reale.

Si tratta di sostituire un luogo e un lavoro vero alla pratica dell’illusione.

La nascita della cultura europea trova nella definizione di una lingua comune il suo primo fondamentale passo.

[…]”.

 

Giorgio, tu come Mauro,  pensavi a un’alternativa non nichilista, a un’altra  lingua:

“la lingua amorosa della società civile” –dice Mauro:

“una lingua comune della cultura europea” –tu dici.

 

E i poeti di “Braci”?

Anche loro pensavano a un’alternativa non nichilista, alla

lingua,

ma non si iscrissero al partito dell’amore, Mauro,

né, Giorgio,  alla tua associazione esperantista:

- restarono solo poeti, a tutti i costi poeti,  così, dopo “Braci”,

fecero un Convegno a Roma sulla poesia: “La parola ritrovata”

(dove Gino parlò de “La gloria della lingua”, Claudio di “Lingua e linguaggio”);

poi, un anno e mezzo dopo, riuscirono a ripubblicare l’Arte poetica di Orazio, con i loro interventi

- e, l’intervento di Gino, era “Orazio (Dialogo)”, quello di Claudio “Arte e natura”, quello di Giuliano Donati, “Crotto Urago. Una nota di poetica”.

 

E così poi anche loro del resto

furono separati, isolati, privati.

 

Ma è forse avvenuto qualcos’altro – anche? Qualcosa che può di nuovo far pensare, sperare?

 

Il 24 Aprile 2007 compare “NUOVE BRACI –giornale di educazione”:

sotto il titolo, la data, poi, c’è scritto: “Editoriale, di Claudio Damiani”, poi

c’è l’immagine azzurrina di Braci 1, poi questo testo:

 

“ Se l’attuale dittatura economico-mediatica o dittatura della pubblicità, può, nei confronti di chi ha qualche attrezzatura culturale, essere tutto sommato limitatamente dannosa, dobbiamo riconoscere che nei confronti degli individui più fragili dal punto di vista culturale, che sono la grande maggioranza, essa ha degli effetti devastanti. Questa è la vera catastrofe, l’emergenza ecologica prima del nostro mondo. Che poi, la limitatezza del danno recato a quei pochi che possono spegnere la televisione, è in effetti molto relativa: perché, se anche questi sono danneggiati solo nel fatto che sono emarginati, e non perseguitati, o sterminati, tuttavia la loro esclusione ha un ritorno devastante sulla società, che diventa come un corpo senza cervello. Se studiassimo la nostra società, vedremmo che il tratto comune a ogni sua singola parte, l’essenza della sua struttura, è la negazione dell’educazione. L’educazione è mostrare un’opera (di pensiero, di arte, di sentimento ecc.), qualcosa che esiste, permettere a un educando di entrare in uno spazio di rigore, di arte, di realtà, di verità, permettergli di godere di quello spazio. […]

 Oggi si tende a dire che i cantautori sono i veri poeti, che i giornalisti sono i veri scrittori, che i pubblicitari sono i veri artisti. E’ la dittatura economico-mediatica che spinge a questo, utilizzando anche la devastata e devastante cultura ideologica precedente, che già aveva fatto deserto con storicismo, strutturalismo, fango e ceneri ideologiche sulla brace, sul fuoco vivo dell’opera. La dittatura pubblicitaria utilizza, assolda la vecchia cultura ideologica desertificante […]. Ci sono altri, e stanno nella mia generazione, in quelli nati negli anni ’50 e ’60, e oltre, che non sono d’accordo, ma sono stati messi da parte. Si potrebbe dire: è inevitabile, non c’è niente da fare, la dittatura economico-ideologica è troppo potente, stiamocene appartati, coltiviamo i nostri studi nell’ombra ecc. Ma invece, se ragioniamo un attimo, c’è una forma di resistenza semplicissima, che potrebbe cominciare a minare l’intero sistema. Basterebbe cominciare a separare l’opera, la virtù, l’ordine, il bene, dal caos, dalla spazzatura, dall’ideologia, dalla violenza. Basterebbe cominciare, come diceva Confucio, a “raddrizzare i nomi”. Riportare i nomi, le parole, alla loro realtà. […]

(https://nuovebraci.blogspot.com/2007/04/editoriale-di-claudio-damiani.html)

 

 

Il 29 luglio 2011 compare -anche,

“La competenza dei poeti” di Giselda Pontesilli.

 

Niente di nuovo, in fondo, se non un anello in più, una connessione logica stringente:

1)   la lingua, usata per informazioni, “comunicazioni di massa”, è fondamentale, oggi, per la società;

2)   ma queste informazioni non informano affatto, anzi umiliano, confondono, perché, sempre più spesso, sono contrarie al senso della lingua e, sempre, sono basate su una visione sorda, accettata passivamente, inaccettabile, della realtà;

3)   i poeti, in quanto competenti, professionisti della lingua, sanno alla perfezione tutto questo, tutto ciò che nella lingua è giusto o sbagliato;

4)   dunque, loro, sono indispensabili alla società e possono agire insieme per studiare e realizzare un giusto modo, un giusto metodo di informazione televisiva.

 

“Come Petrarca, sollevando –solo con pochi amici- tempi disumanizzanti e disumani, varò un rinnovato, ontologico, umanesimo, così anche i poeti, oggi, devono fare.

Questo, devono fare.

Ma, appunto, questo nuovo, ontologico umanesimo, non si può fare abbandonando gli uomini alla “lingua” dell’informazione di massa, alla “società di massa” […] infatti, che umanesimo è, se abbandona gli uomini, se li considera materia informe, massa?”

I poeti possono agire, sì, agire, e, anche,
lavorare,
come lavorano i professionisti, gli imprenditori, i lavoratori,
le associazioni di categoria, le parti sociali, gli operai, i consigli comunali, i pensionati, i disoccupati, i giovani, le donne, i magistrati:

 

-come loro, possono portare al Governo, all’attenzione del Paese, al Parlamento, alla Scuola, alla Chiesa, al Capo dello Stato,

una piattaforma di base, un piano di intesa, un calendario di lavoro, un pacchetto di misure eccezionali, le loro esigenze reali

 

-per evitare la bancarotta, la catastrofe umana e culturale.

 

 

Ora vi dico: Mauro, Gino, Giorgio

visto che abbiamo visto

da tanti anni ormai tutto un giorno,

lo stesso Duomo,

lo stesso uomo,

lo stesso orto,

quella casetta in basso,

quell’in alto casale,

vogliamo, vi prego, convolare?

 

Ci vogliamo, vi prego, rivivire?

 

 

"O may these joys be ripe before I die".

 

 

 

Ultima modifica il Domenica, 11 Maggio 2014 18:27
(C) Giorgio Kadmo Pagano