I costi della (non) comunicazione linguistica europea.

I COSTI DELLA (NON) COMUNICAZIONE LINGUISTICA EUROPEA

Sommario 
Dobbiamo risolvere il problema entro il 2005
Nota di Giorgio PAGANO

Introduzione 
di Reinhard Selten

1 Costi e l’utilità del diritto alla lingua in Europa
QUALI SONO I COSTI E L’UTILITÀ DELL’USO DI UNA LINGUA?
di Bengt-Arne Wickström

Il problema delle lingue e i costi della comunicazione
di J. Hans Erasmus 

Divieto di discriminazione linguistica
di M. Rafaela Urueña

2 Costi in campi e istituzioni diversi
Costi nelle istituzioni internazionali
di Claude Piron
I costi del multilinguismo nell’Unione Europea
di Lapo Berti 
Il problema linguistico e l'innovazione
di Nicola Minnaja
Comunicazione linguistica e mercato in Europa
di Mauro Ridolfi

3 Proposte di soluzione
Agevolare la comunicazione riducendo i costi 
di Werner Bormann
La traduzione automatica: un aiuto, non una soluzione.
di Carlo Minnaja 
L’esperimento di Paderborn sull’insegnamento di orientamento linguistico
di Helmar Frank 

APPENDICE
I costi della molteplicità delle lingue.
di Grégoire Maertens

LA VICINA CATASTROFE DELL'ESTINZIONE LINGUISTICA
di Michael KRAUSS

Studio sulla Lingua Internazionale (detta esperanto) 
del Ministero della pubblica istruzione italiano

Mi conviene imparare l’esperanto?
Introduzione alla teoria dei giochi linguistici
di Reinhard Selten e Jonathan Pool

Note

 

INTRODUZIONE
di Reinhard SELTEN
Premio Nobel per l'Economia

Nel mezzo secolo trascorso dopo la seconda guerra mondiale l’Europa, lentamente ma continuamente, è andata in direzione dell’unità. Le barriere doganali tra i paesi della Comunità Europea sono già cadute, e c’è la speranza che presto alcuni di questi paesi adotteranno un sistema monetario comune. Tuttavia il cammino da percorrere è ancora lungo: un ampliamento verso est con l’accoglimento di nuovi stati-membri non sarà facile, e l’attuale processo di decisione politica probabilmente non sarà adatto ad una comunità più grande. Saranno necessarie delle riforme.
Questo libro tratta soltanto uno dei problemi che si presentano nell’unificazione dell’Europa: il problema della pluralità delle lingue. La sua importanza è generalmente sottovalutata, perché spesso non viene considerato il ruolo fondamentale della lingua nelle relazioni interpersonali. La diversità linguistica sfocia frequentemente in discriminazione, la quale a sua volta conduce a conflitti etnici che possono minacciare l’unità statale, come ad esempio in Belgio e in Canadà. Anche la comunità europea deve evitare con cura il pericolo che dal seme della discriminazione linguistica si sviluppi uno scollamento rovinoso.
I costi della diversità delle lingue non sono costituiti soltanto da spese per traduzioni e per interpreti. In questo libro si prende in considerazione un concetto più esteso del termine “costo”, comprendente conseguenze non desiderate che non sono facilmente calcolabili dal punto di vista monetario. Inoltre i costi non vengono considerati immutabili: bisogna esplorare le possibilità di limitarli e di abbassarli tramite una soluzione efficace del problema linguistico europeo. Certamente la diversità delle lingue in Europa ha un grande valore culturale, e la soluzione del problema linguistico europeo non può essere semplicemente il passaggio da un multilinguismo ad un monolinguismo: la ricchezza dell’eredità linguistica va conservata.
I contributi raccolti in questo libro mostrano la vastità del problema e mettono a confronto vantaggi e svantaggi di alcune possibili soluzioni. A mio giudizio, è evidente che bisogna raggiungere questi tre obbiettivi:

1) facilità della comunicazione;
2) assenza di discriminazione linguistica;
3) conservazione dell’eredità culturale delle singole lingue.

Attualmente ovunque, al di fuori dei territori di lingua inglese, i valori della pluralità delle lingue vengono conservati.
Il contenuto di questo libro mostra chiaramente che la migliore soluzione è l’introduzione dell’insegnamento scolastico dell’esperanto come seconda lingua di tutti. Queste brevi note possono presentare solo in sintesi alcune conclusioni che si impongono ad un attento lettore del libro. Bisogna leggerlo per trovare informazioni più in dettaglio e argomentazioni più circostanziate. Diamo qui di seguito una breve presentazione della struttura dell’opera, con qualche commento al contenuto dei singoli contributi.

Il raggruppamento dei vari studi in tre capitoli si basa sul principio seguente: dopo le considerazioni generali segue la trattazione di alcune ricerche più specifiche sul problema linguistico in Europa, e il volume si conclude con una discussione sulle soluzioni possibili. Ma non si può separare il problema generale dal caso specifico, e questi non possono essere disgiunti da proposte di possibili miglioramenti. Perciò alcuni contributi ad un capitolo toccano anche aspetti trattati più in dettaglio altrove.

Il primo capitolo sui costi e l’utilità e sul diritto alla lingua in Europa comincia con un articolo di Bengt-Arne Wickström, che tratta il tema “costi e utili nell’uso delle lingue” dal punto di vista della teoria economica. L’autore spiega il problema di effettuare misurazioni di tali costi e di tali utili. Per quanto non esista una soluzione teorica perfetta del problema della misurazione, gli economisti hanno elaborato alcuni metodi per misurare costi e utili che risultano soddisfacenti nella pratica. Alla fine del suo contributo Wickström presenta un modello semplice di fattori che influiscono sul numero di coloro che apprendono una lingua straniera.
Il contributo di J. H. Erasmus, “Il problema linguistico e i costi della comunicazione”, esamina più in concreto i costi della pluralità delle lingue nell’Unione Europea, e li valuta approssimativamente in più di 100 miliardi di ecu. Erasmus fa anche un commento interessante sulla diffusione della propria lingua nazionale come di un mezzo per aumentare le esportazioni. Nell’ultimo articolo del primo capitolo M. Rafaela Urueña tratta del divieto di discriminazione linguistica. Questo contributo discute la situazione giuridica e dà informazioni preziose sui regolamenti linguistici fissati da convenzioni europee o da decisioni di organismi europei sovranazionali.

Il secondo capitolo, dal titolo “Costi in campi e istituzioni diversi” inizia con un articolo di Claude Piron sui costi nelle istituzioni internazionali. Vengono discussi vantaggi e svantaggi di quattro regimi linguistici diversi applicati in vari organismi. A tale scopo Piron prende in esame undici specie di costi, ad esempio la durata di un apprendimento linguistico precedente, i costi della produzione di documenti in varie lingue, ma anche costi assai meno misurabili, come la perdita o la deformazione dell’informazione, o la discriminazione linguistica. Alcuni interessanti esempi specifici rendono vivace la presentazione. Infine una accurata valutazione dei quattro regimi linguistici conduce alla conclusione che l’esperanto usato come lingua unica rende minimi i costi.
Lapo Berti tratta il tema “I costi del multilinguismo nell’Unione Europea”, argomentando che le barriere linguistiche all’interno del nostro continente sono un grave handicap per l’evoluzione di un mercato veramente unificato. È posto un accento particolare sugli ostacoli che si frappongono alla libera mobilità della forza lavoro tra le regioni di lingue diverse.
Il contributo di Nicola Minnaja “Il problema linguistico e l’innovazione” presenta vari dati molto interessanti e per certi versi preoccupanti. Infatti la piccola e media industria è in larga parte tagliata fuori dai finanziamenti europei riguardanti i programmi di ricerca e sviluppo principalmente per motivi linguistici. I progetti, per potere avere chances di vincere la concorrenza in un campo in cui viene finanziato soltanto un quarto dei progetti presentati, devono essere presentanti in inglese, o in francese. Ciò comporta che moltissime industrie non fanno neppure domanda perché non si possono sobbarcare l’onere della traduzione. Un altro campo dove la pluralità delle lingue propone in Europa costi assai superiori a quelli sostenuti in America o in Giappone, è la difesa della proprietà intellettuale: i brevetti devono affrontare costi di traduzione talmente alti da scoraggiare la registrazione, con grave perdita finanziaria.
L’ultimo contributo del secondo capitolo è un articolo di Mauro Ridolfi: “Comunicazione linguistica e mercato in Europa”. Secondo Ridolfi la ripartizione delle conoscenze è un fatto importante nella produzione moderna. Il progresso tecnico si basa sulla confluenza di molte conoscenze specialistiche, che spesso non sono reperibili in un’unica regione linguistica. La mancanza di una lingua comune ostacola la collaborazione degli specialisti di lingua diversa e rallenta così lo sviluppo di nuovi prodotti e nuovi procedimenti tecnici.

Il terzo capitolo ha il titolo “Proposte di soluzione”, e inizia con un articolo di Werner Bormann su possibili miglioramenti della comunicazione che costituiscono un risparmio. Bormann descrive dapprima la situazione linguistica nell’Unione Europea, non solo le regole formali ma anche le abitudini di fatto. Nonostante che, di principio, tutte le undici lingue abbiano uguali diritti, in generale soltanto alcune di queste sono usate da istituzioni dell’Unione Europea: in primo luogo l’inglese, fino a un certo punto anche il francese, e, assai meno spesso, altre “grandi” lingue come il tedesco e lo spagnolo. La riduzione del numero delle lingue d’uso è inevitabile a causa dei grandi costi del plurilinguismo. Di conseguenza, una soluzione del problema è l’adozione di una lingua unica: l’inglese sembra adatto per questo ruolo, ma non è raccomandabile seriamente perché le manca la qualità di essere neutrale. Il latino sarebbe abbastanza neutrale, ma non praticabile come mezzo di comunicazione internazionale; la soluzione migliore sarebbe una lingua pianificata. La seconda parte dell’articolo di Bormann dà informazioni sull’interlinguistica, la scienza delle lingue pianificate. Tra queste ultime solo l’esperanto sia praticato già ora in misura sufficiente da renderne possibile l’introduzione come mezzo di comunicazione internazionale in Europa. Infine Bormann propone alcuni passi sulla strada della soluzione del problema del plurilinguismo tramite una lingua pianificata.
Il contributo di Carlo Minnaja riguarda la traduzione automatica: un aiuto, non una soluzione. L’autore riferisce dello stato attuale in quel campo, con particolare attenzione alle applicazioni nell’Unione Europea. L’articolo tratta molti dettagli interessanti. In primo luogo, la traduzione automatica produce soltanto testi grezzi: per correggerli e renderli fruibili è necessario l’intervento umano. La traduzione automatica può essere un aiuto per risparmiare costi, ma non di più. Per tradurre bene c’è bisogno di molte conoscenze del contesto, più o meno ovvie per un traduttore umano, ma difficilmente trasmissibili ad una macchina. Anche se in futuro si riuscirà a risolvere questo problema, la traduziona automatica non potrà sostituire una conversazione spontanea: per una collaborazione efficiente negli organismi internazionali c’è bisogno di una comunicazione diretta tramite una lingua comune.
L’ultimo contributo al terzo capitolo è uno studio di Helmar Frank dal titolo “L’esperimento di Paderborn sull’insegnamento di orientamento linguistico”. Questo orientamento linguistico prepara ad un apprendimento successivo di lingue straniere nazionali. A tale scopo si insegna l’esperanto ad alunni delle classi terza e quarta elementare. L’esperanto, come lingua facilmente acquisibile e con struttura semplice e chiara, riduce talmente lo studio successivo di una seconda lingua straniera, ad esempio l’inglese, che si raggiunge un risparmio netto del tempo di apprendimento, anche se l’apprendimento della seconda lingua fosse l’unico scopo dell’insegnamento dell’esperanto fatto in precedenza. Durante più di 10 anni si sono acquisite esperienze nelle scuole elementari in Germania e altri paesi tanto da dimostrare questa tesi con un’analisi statistica su base scientifica.
Esistono già scuole elementari in cinque paesi che attuano l’insegnamento dell’esperanto come orientamento linguistico nell’ambito di un regolare curriculum. È presumibile che la conoscenza dei vantaggi di un insegnamento dell’esperanto a scopo orientativo si diffonderà sempre di più. Il non introdurlo si risolverà semplicemente in una perdita di efficienza. Pertanto è prevedibile che la pratica di insegnamento dell’esperanto a scopo orientativo aumenterà, e l’esperanto diventerà una lingua studiata su vasta scala. Forse in questo modo è già iniziata un’evoluzione verso la soluzione del problema del plurilinguismo in Europa. Alla fine chi imparerà una qualsiasi lingua straniera imparerà l’esperanto come prima lingua. Helmar Frank raccomanda che la seconda lingua sia una lingua di una etnia finitima. Così lo studio delle lingue straniere non si concentrerà su una o due maggiori. Le lingue cosiddette “piccole” verrranno studiate anch’esse, probabilmente in misura maggiore che non adesso.

Un riassunto del contenuto, con commenti incorporati da parte di chi scrive un’introduzione, forse non sempre coglie il significato dei contributi secondo l’intenzione dei rispettivi autori. Leggendo i testi è evidente lo sforzo di obbiettività scientifica nella descrizione del problema del plurilinguismo in Europa. È un privilegio per chi scrive un’introduzione riportare conclusioni su soluzioni possibili senza dover essere troppo prudente, per porre meglio in risalto il significato del libro. Vale la pena di leggerlo in prima persona!

 

Ultima modifica il Lunedì, 15 Settembre 2014 20:51
(C) Giorgio Kadmo Pagano