Quadro terzo. RUOLO DELL’ARTE E DELLE SUE OPERE

RUOLO DELL’ARTE E DELLE SUE OPERE

“Homo non intelligendo fit omnia”
Giambattista Vico

“In quel momento saranno più ignoranti dei “colti” del presente; infatti avranno disimparato molto e addirittura perduto ogni voglia di dare in genere ancora uno sguardo a ciò che quei colti vogliono sapere; i loro segni di riconoscimento, visti secondo la prospettiva di quei colti, saranno proprio la loro “incultura”, la loro indifferenza e chiusura verso molte cose celebri e perfino verso varie cose buone. Ma, a quel punto della loro guarigione, essi saranno diventati di nuovo uomini e avranno cessato di essere aggregati simili a uomini - ciò è qualcosa!”
Friedrich Nietzsche


Alla luce della rivoluzione culturale di cui abbiamo parlato l’Europa viene tolta dalla croce, produce nuovamente storia e molte cose fino ad ieri tollerabili o possibili oggi non lo sono più (ad esempio non è più tollerabile che per dichiarare valida una qualsivoglia produzione degli artisti europei si debba chiederne il “permesso” agli americani, andare negli Usa e domandare consenso).
Là dove l’arte rischiava di divenire qualcosa di assolutamente ininfluente nel cammino culturale della società, oggi invece torna ad avere un importantissimo ruolo guida proprio per la sperduta società europea:
1. Sia di chiara ed esplicita denuncia della malattia della decadenza degli europei, del terribile e ormai noiosissimo colonialismo culturale angloamericano al quale vengono sottoposti e al quale così passivamente si sottopongono sadomasochisticamente.
2. Sia come pungolo alla guarigione.
3. Sia di formazione delle nuove coscienze sovranazionali.

Per quanto riguarda il lavoro d’arte e le opere d’arte impegnati sui primi due punti non si possono dare delle connotazioni specifiche, poiché non potranno che essere situazionisti, difatti, il loro grado di terapeuticità, di pesantezza o d’urto dipenderà esclusivamente dalla re‑azione più o meno positiva degli europei.

È invece possibile essere molto più circostanziati sui lavori d’arte inerenti il terzo punto.
Attraverso l’apertura di un grande e giusto futuro tutto il meglio del grande passato europeo si rimette in moto, ma non come vacuo rimemorare, come nascondiglio, come eclettismo (quei nostri passati sono splendidi solo perché riuscirono ad essere fulgidi presenti), bensì come analogo, faticoso esempio di organizzazione del caos. E quindi, indagabile e parlante come sostanziale e reale continuità.
Cresce allora il bisogno di realizzare opere esemplari e durature, sia nei significati che nei materiali. Opere che pacifichino, con la loro bellezza, il nostro a volte sfiancante movimento del desiderio e la nostra inquietante brama di assolutezza. Opere sommanti in una miscela prorompente qualità intellettuale e qualità materiale. Quasi che un giorno, dimentichi dell’una, questa si appalesi inequivocabilmente dall’altra99.
Allora, fintanto che il pensiero intellettuale e spirituale e sentimentale ed emozionale non è così intelligibilmente forte, evoluto, chiaro ed articolato da portarci ad un analogo, eclatante risultato materiale, sarà opportuno andare sempre più a tondo in quei pensieri, attraverso la meditazione e lo studio, ed evitare di partorire opere deboli, che ingannano il prossimo oltre che se stessi, e destinate a morte prematura anzitutto per nostra colpa.
La pittura ad olio, grande protagonista del passato, frutto di un’alta tecnologia sviluppatasi nel tempo antico e con buone doti di affidabilità e durabilità, mi appare abbastanza inadeguata a connotare una forte contemporaneità ritrovata ed esemplarmente tramandabile, perché ormai questo tipo di pittura costituisce di per sé significato e puzza di fantasmi lontano un chilometro.
Si impone pertanto l’avvio di una nuova ricerca tecnologica. Da indagare, ad esempio, l’uso di coloranti plastici e di nuovi supporti al posto delle normali tele ed i normali telai. Questi ultimi, pur nella noia delle tre forme (ad angoli retti, circolare ed ovale), nei piccoli e medi formati restano ancora validi ma, per i grandi formati creano grossi problemi di trasportabilità e di immagazzinamento. A questo ho tentato di dare una risposta, con ottimi risultati, mutuando dalle tensoarchitetture quelle che ho chiamato tensotele (tele, anche di enormi proporzioni, tese con cavi di acciaio), il cui uso, peraltro, porta ad una rinnovata organizzazione delle immagini nel “quadro” (aprendo in modo naturale alla geometria non euclidea), e del “quadro” nello spazio architettonico.
La pacifica rivoluzione culturale europea porta ad uno sconvolgimento di tutte le immagini. tutto il passato e il presente, gli uomini e le filosofie, i grandi ed i loro pensieri e gesta vanno rivisti e letti con questa nuova luce. Conseguentemente anche tutte le immagini dell’arte vanno riordinate in un nuovo mosaico. Lo studio ed il lavoro, in questo senso, sono notevoli.
Con una ritrovata nuova grande concretezza di idee e di fatti, ad esempio, è difficile testimoniare ulteriormente, nelle immagini, una ragionevole continuità dell’astrattismo100. Esso, in tutte le sue varianti, diviene lettera di un nuovo alfabeto dell’arte, e coltivarlo come un intero alfabeto diviene maniacale. È un po’ come il passaggio dai numeri romani a quelli arabi, in questo caso l’astratto potrebbe essere rappresentato dallo zero, ma 0+0+0+0…= 0, facendo invece precedere lo zero dai vari 1, 2, 3, 4 eccetera, allora...
La fondazione della cultura europea rilancia verso una nuova idea di progresso, anzitutto civico, tutta la società europea e un grande spazio si apre per quegli uomini, persone di buona volontà e valore che, forti di quest’atto di civiltà, s’incammineranno insieme agli artisti nell’umanitaria costruzione della cultura europea; ciascuno nel suo campo: nella politica, nell’economia, nelle scienze...
Allora millennarie tipologie artistiche riprendono come per magia la loro Voce: i ritratti, le immagini e le “architetture del dire”. Tali e tanti ostacoli dovranno superare questi buoni europei che non potrà essere altrimenti.
Da questo punto di vista, l’arte penso assumerà in modo nuovo anche quell’antichissimo ruolo che le è peculiarmente appartenuto, rendendo volti, gesta e luoghi il più possibile imperituri per forza e bellezza.
L’arte, uscita dall’era agonica 101, dovrà creare nuovamente per le città. Specialmente in Italia, patria storica di grande arte ed architettura, da troppo tempo in mano ai barbari postindustriali.
Gli artisti dovranno maturare la propria produzione specificando tra “arte di ricerca” e “arte civile” (un po’ come alcune industrie tra prodotto sperimentale e prodotto avanzato e prodotto commerciale).
Come andranno ripensate la ritrattistica, le figure, lo spazio? In che modo, attraverso l’uso di quali materiali si può rendere questa forte contemporaneità riconquistata, accanto ai grandi esempi degli Antichi? Ed anche gli Antichi ed il loro spazio, come andranno riletti visivamente? Ed il nocciolo linguistico non porterà ad una forte immissione di “scritturalità” nello spazio visivo, guidandoci verso un ripensamento creativo della lezione islamica? E non sarà possibile una figura rinascimentale che raccordi in sé, nuovamente, pittura‑scultura‑architettura?
Bene, io penso che così come seguendo l’antica sentenza delfica «Conosci te stesso» siamo riusciti a ritrovarci in quest’opera di fondazione della cultura europea, organizzando il caos nel quale eravamo, analogamente, riusciremo ad organizzare quel caos di forme e colori e spazi e idee possibili che, in questo momento volano nella nostra testa.

Ma una cosa sento di dirla. Per questi buoni artisti europei sarà difficile fare dei ritratti pagati. I ritratti, a questo punto della storia, si meritano.
E sarà una gioia per l’artista donarli a quegli uomini meritori, e più essi saranno, più le gioie dell’artista saranno grandi.
Da troppo tempo, in Europa, si gioisce falsamente o non si gioisce affatto.
Quando le lettere erano raffigurazioni simboliche, la E rappresentava un volto ripartito in tre aree: quella degli occhi, quella del naso con le orecchie, quella della bocca. In essa è rappresentata l’identità individuale e della specie legata ai sensi, al godere e al creare. Il significato primitivo di quella lettera simbolo è “gioia”.

NOTE
(98) F. Nietzsche, Frammenti postumi 1888‑89, Milano, Adelphi, 1974. Sottolineatura mia.
(99) La durabilità delle opere è stata messa spesso in secondo piano da molta arte modema e contemporanea (ed analogo discorso si potrebbe fare sulla funzionalità tipologica) con la scusa che, per tanto che possa durare, un’opera non potrà mai esistere per più di qualche centinaio di anni. Io penso che questa scusante sia parto di mentalità fondamentalmente nichilistiche e tendenzialmente solipsistiche, mentalità non eccessivamente meditative ed immature il cui motto potrebbe essere “o tutto o niente” e che, nella maggior parte dei casi, rimangono al niente.
Tutti noi sappiamo che un giorno o l’altro moriremo, ma è anche vero che cerchiamo sempre di vivere il più a lungo e il meglio possibile (tranne i suicidi o gli aspiranti tali). E allora fare volontariamente delle opere caduche in partenza non è indice appunto di una mentalità decadente, nichilista e suicida?
(100) Tanto più che oggi esso mi sembra possa costituire la più banale arte realista dato, ad esempio, l’aspetto astratto della mafia o delle multinazionali che proprio da questa doppiezza traggono la loro potenza. La difficoltà invece è proprio nel riuscire a formalizzare, a smascherare, ad organizzare il caos e non esserne specchio.
(101) Vedi a proposito della definizione di era agonica I1 problema dell’identità europea di Edgar Morin, in L’identità culturale europea tra Germanesimo e Latinità di vari autori e a cura di Alberto Krali, Jaca Book, 1988.

Ultima modifica il Sabato, 13 Febbraio 2016 20:11
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