Il Manifesto di Civita

Presentato all'auditorium di Bagnoregio il Manifesto di Civita. La versione del Manifesto di Giorgio Kadmo Pagano, per la prima volta presentato al pubblico, è la 4.0 Diviso in 5 parti, parla di rigenerazione di un popolo e di una cultura e di come attuarla. 
La prima parte Liberare l’inconscio dalla colonizzazione statunitense, spiega il motivo per cui il patrimonio immateriale per eccellenza, la lingua in cui un popolo pensa, debba essere attaccata da parte di un altro popolo richiamando la motivazione economica di Churchill «Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente».
Momento che segna il passaggio dell’imperialismo dallo schiavismo dei corpi a quello delle menti.
La nazionalizzazione linguistica inglese del resto del mondo, falsamente denominata “internazionalizzazione” - continua il Manifesto - ne è l’odierno grimaldello. È l’Arma finale posta in essere dal più potente tra gli Stati anglofoni, passato dalla “Divisione per la guerra psicologica” 3 prima, al Congress for Cultural Freedom gestito dalla CIA4 poi, teso non solo a far collaborare nella colonizzazione mentale i colonizzati stessi, ma addirittura a finanziarla.
Politici ed intellettuali, di qualsivoglia orientamento politico, dall’estrema sinistra all’estrema destra passando per gl’indifferenti, divengono fautori dell’opera finale del colonizzatore anglofono.
Motivi per i quali dobbiamo liberarci dagli effetti di tanti decenni di coercizione mentale anglofona e di rapina del nostro inconscio per giungere ad una rigenerazione personale e globale che dia vita ad una Seconda Resistenza a livello popolare. Con l’obiettivo, anzitutto, di far cessare l’uso del danaro pubblico per congiurare contro l’identità, le tradizioni, la storia, la creatività italiana stringendole in una morsa mortale tra nazionalizzazione linguistica inglese dell’istruzione e nazionalizzazione linguistica inglese dei media italofoni.

Nella seconda parte: Lo jus sermonis del Sì. Da IV a III lingua straniera più studiata nel mondo si sostiene che:
Se un popolo, un paese, una collettività, culturale e scientifica piuttosto che religiosa, ha la propria lingua come la quarta più studiata ed apprezzata al mondo, in quanto lingua del Sì, dell’amore e della bellezza, è loro dovere operare per arricchirla, divulgarla affinché essa divenga, anzitutto, la terza più studiata nel mondo. E quel sì, quell’amore, quella bellezza s’irradino a conforto del mondo. In questa prospettiva non solo lo Stato italiano è coinvolto ma anche lo Stato Città del Vaticano.
Tre nuove consapevolezze vanno affermate per questa rigenerazione italiana legata al suo bene immateriale primario:
- la consapevolezza che, dopo quella cinese di 200 milioni di individui, la diaspora italiana nel mondo è la più numerosa, con 80 milioni di persone che, unite ai 60 milioni di residenti in Italia, porta il potenziale linguistico-culturale italiano ad oltre 140 milioni di persone;
- la consapevolezza che l’italiano è anche la lingua ufficiale dello Stato Città del Vaticano che, sempre a Roma, ha la sua “Mecca”, la Santa Sede, il centro religioso della fede di oltre un miliardo e 229 milioni di fedeli, i quali ampliano la potenzialità linguistica italiana a quasi 1 miliardo e 370 milioni di persone;
- la consapevolezza che la Capitale laica d’Italia, dov’è presente il Parlamento e il Presidente degli Italiani è, per 7,4 miliardi di terrestri, la Città Eterna.
Miliardi di persone potenzialmente interessate a dialogare, crescere, fare anche affari, nella lingua del Sì.
Ciò che emerge da queste consapevolezze non è un misero e pusillanime revanscismo nazionalista bensì, all’opposto, una visione della lingua e della cultura italiana bene immateriale dell’intera umanità, di idioma che ha dato vita all’umanesimo linguistico transnazionale, un superamento della dicotomia tra sacro e profano, tra jus sanguinis e jus soli, per l’affermazione di uno jus sermonis del Sì mondiale.

Nella terza parte: Per un partito mondiale dell’italiano viene chiaramente denunciato il fatto che la “bella lingua”, in Italia e in Europa come nel mondo, non si afferma con i “buoni propositi” bensì attuando politiche adeguate, investendo appropriate risorse finanziarie ed umane, ridisegnando la politica secondo un nuovo e diverso sistema di alleanze interne e straniere, dandosi obiettivi e tempistiche attuative precisi. Prospettandole quindi alcune di queste innovative politiche: dal piano dei media a quello del brevetto europeo, dal Made in Italy che deve diventareFatto in Italia, dalla richiesta formale che, con l'uscita dell'inglese dal novero delle lingua comunitarie insieme alla Gran Bretagna, l'Italia chieda formalmente l''italiano quale lingua di lavoro dell'Unione Europea. La creazione delMinistero del Sì, un ministero che si occupi della salvaguardia e diffusione del bene immateriale primario italiano, la lingua. Ed essendo l’Italiano lingua ufficiale dello Stato Città del Vaticano oltre che della Repubblica italiana, concordare politiche linguistiche comuni, consapevoli del fatto che oggi abbiamo di fronte un interlocutore eccezionale, il Vescovo di Roma, Papa Francesco, il quale va a parlare ai Vescovi degli Stati Uniti in italiano. Lingua italiana, quindi, come bene immateriale anche dello Stato Città del Vaticano, come lingua d’amore anche cristiano, attraverso la quale il mondo entra in sintonia con secoli e secoli di eccellenza artistica ed architettonica.

Nella quarta parte: Per una lingua comune della specie umana si affronta, infine, la questione della comunicazione mondiale senza che gli essere umani debbano essere dominati dalle cose e facendo in modo che la subordinazione di alcune persone ad altre cessi per sempre.
Per inibire a monte la dominazione linguistica, e quindi economica e sociale, di popoli forti e pre-potenti su quelli più pacifici o deboli - si afferma nel Manifesto - bisogna accompagnare la rigenerazione linguistica italiana con una nuova battaglia per la libertà, la democrazia e i diritti dell’umanità in quanto tale. Una battaglia di fondamentale e, soprattutto, concreta importanza per lo sviluppo sostenibile e la pace sul pianeta: quella per la lingua comune della specie umana. Incarnare la nonviolenza linguistica.
Già nel 1922 la Lega delle Nazioni approvò unanimemente durante la sua terza Assemblea Generale il Rapporto sull’Esperanto come International Auxiliary Language che vide anche il supporto convinto di Lord Robert Cecil, insignito del Nobel della Pace nel 1937. Da allora si sono susseguiti altri 94 anni di sperimentazione linguistica mondiale: la Internacia Lingvo è stata riconosciuta dal PEN Club International 114a lingua di letteratura nel mondo; dal 1994 al 2012 è stata una delle 60 lingue in cui il Pontefice impartiva la sua benedizione “Urbi et Orbi” ai cattolici di tutto il mondo due volte l’anno; è 64a lingua di traduzione di Google; è lingua di Premi Nobel per l’Economia come il tedesco Reinhard Selten; è lingua di una comunità transnazionale presente in oltre 120 Paesi del mondo.

Nella quinta parte: Riprendere il cammino di quei “Paesi della Speranza” del 1922 attraverso una coalizione di Stati che avviino un reale coordinamento per l’attuazione di tale scenario: le Nazioni Unite d’Europa. Le quali vanno a costituire una alternativa, finalmente indipendente, a questa Unione europea che è, ed è sempre stata, un progetto della CIA. Come giustificare, altrimenti, il fatto che a 8 mesi dalla decisione referendaria britannica di uscire dall’UE, su 30 consultazioni pubbliche europee da parte della Commissione non ce n’è nemmeno una alla quale un cittadino europeo non madrelingua inglese possa partecipare o rispondere. Cosa facciamo noi popoli non madrelingua inglese? Niente, nessuna reazione! Continuiamo a finanziare l’indotto anglofono britannico e a perdere sovranità linguistica, asservendoci al super-nazionalismo linguistico inglese. 
Le Nazioni Unite d’Europa devono porsi altresì in una chiave paneuropea senza nessuna pregiudiziale contro la Russia, superando quella “cortina di piombo”, sia nel senso delle armi quanto della stampa, che ha finora impedito la ricongiunzione del ventricolo destro e sinistro del cuore moderno dell’umanità, quello che nei primi decenni del secolo scorso aveva come capitali artistiche Parigi quanto Mosca.
In Europa quest’innovativo civismo mondiale prende la forma di lingua federale ma, non in un’ottica federalista di Stati, uniti, bensì di Nazioni Unite d’Europa appunto. Parlare di stati, dietro la suggestione americana, e non di nazioni, per quanto riguarda l’Europa è stato l’errore fondamentale del Manifesto di Ventotene, facendo del federalismo europeo un manifesto ideologico, piuttosto che aperto a soluzioni “personalizzate” e pragmatiche quali quelle, ad esempio, del padre dell’Andalusia il federalista ed esperantista spagnolo Blas Infante.
Questo è lo scenario geopolitico di amore e benessere per l’intera umanità del quale, oggi più che mai, c’è urgenza.

Qui il testo integrale del Manifesto di Civita.

In memoria di DARIO FO nel giorno della sua scomparsa

(C) Giorgio Kadmo Pagano