Biografia sintetica

  • Bookmark and Share

NUGAE, ritratto di GKP dipinto da Gianni Blanco

Giorgio Kadmo Pagano è pittore, scultore e architetto (La Sapienza, Roma, relatore Filiberto Menna). Si è formato all’università notturna del club-bar Prive’ di Via dell’Oca a Roma, con Gino De Dominicis, Jannis Kounellis, Emilio Prini, Vettor Pisani, Alighiero Boetti e Luigi Ontani... coi quali ha condiviso per anni anche la stessa Galleria, quella di Pio Monti a Via Principessa Clotilde dove fa la sua personale nel 1979. Università notturna, quella del Prive’, da cui passava chiunque venisse a Roma ad esporre, da qualsiasi parte del mondo: da Buren a Kosuth, da Merz a Sol LeWitt a Rotella.
La sua prima mostra è agli Incontri Internazionali d'Arte a Roma nel 1977 con l’installazione L'arte non ha limiti e nessun artista ne possiede la perfezione. Dove tornerà nel 1989 con l’opera La tablo del la Unio (La tavola dell’Unione). Presto si convince che senza un “Giulio II” nessun “Michelangelo” avrà mai possibilità di far valere e vedere il proprio talento, la qualità del proprio pensiero artistico.
GKP non ha, praticamente mai, fatto una personale simile alla precedente. Le sue mostre sono sempre molto distanziate nel tempo - spesso di anni - influenzate dalle sue intuizioni, dai suoi viaggi, dai suoi studi:
- utilizza, come supporto per le sue opere, del cartoncino a modulo continuo e fatto stampare appositamente, allorché affronta l’elaborazione elettronica in architettura e il Fortran;
- inventa una tecnica calligrafico-pittorica meditativa - concettualmente vicina a quella dei Mandala di sabbia - forma d’arte sacra creata dai monaci buddhisti del Tibet - studiando Religioni e filosofia dell’India e dell’Estremo Oriente;
- usa l’arabesco calligrafico, approfondendo il Corano all’Accademia di cultura islamica di Roma dove espone, a fine studi, nel 1980, l’opera Mometto e Nietzsche.
Pensa altresì modi nuovi di pensare il quadro, oltre il “quadrato” e inventa le tensotele, oppure utilizza gli angolari per scaffalature come telai per i quadri piuttosto che quelli classici in legno (in mostra a La Salita, Roma); utilizza il cartoncino a modulo continuo e l’aerografo per realizzare opere di grandi dimensioni incollate su lastre di alluminio; compensati marini, truciolati, fòrmiche, o legni particolarmente trattati per realizzare opere sagomate; lastre di metallo e metalli per inventare icone laiche che, al contrario di quelle sacre di tradizione bizantina, hanno volti e corpi lavorati su lamine metalliche a sbalzo (rame, ottone, piombo) che poi tratta chimicamente per virare in altri colori ma, se dipinge ad olio, le tecniche, dalla imprimitura alla realizzazioni dei colori, sono tirate fuori dai trattati di pittura più seri ed affidabili, da quelli rinascimentali fino al Piccolo trattato di tecnica pittorica di Giorgio De Chirico.
Alla fine deglòi anni ‘70 giunge alla conclusione che, per l’arte europea, libera e non colonizzata, la sola risorsa che può rappresentare quel “Giulio II” sono gli Stati Uniti d’Europa: l’unica entità federativa che, perseguita linguisticamente e culturalmente, potrebbe portare alla macroeconomia necessaria per la creazione di opere di grande impatto e a misurarsi coi Grandi del Rinascimento. La scommessa è che ciò possa compiersi non attraverso una Guerra d’Indipendenza, come fu per la formazione degli Stati Uniti d’America e il ruolo politico-militare di George Washington, bensì politico-culturale. Contando su una mistica della cultura e strumenti nonviolenti proprio a partire dall’Arte.
Cosicché la sua opera, con le pur evidenti differenze e connotazioni legate al pensare l’arte in italiano, si colloca in continuità con quella di Joseph Beuys, in quanto il problema dell’arte europea del Dopoguerra è anzitutto, e ancora purtroppo, liberare l’Europa e l’arte europea dal Dopoguerra. Liberarla da quel fenomeno colonizzativo atlantico e d’oltremanica servile, miserabile ed impotente, che fa dell’Italia e dell’Unione europea odierna il regno della mediocrità intellettuale ed artistica oltre politica, economica e sociale. In tal senso, all’opposto di Beuys, GKP è per la rinascita della cultura e non della beuysiana rinascita dell’agricoltura, romanticamente legata ad un pensiero dov’è assente un’idea geopolitica del mondo.
Da questa convinzione origina un’articolazione del proprio pensiero e della propria creatività che, non potendo prescindere dalla società italiana in declino nella quale opera, deve aprirsi a veicoli mediatici a minor rischio interpretativo: è il caso del saggio Arte e critica dalla crisi del Concettualismo alla fondazione della cultura europea, scritto tra il 1983 e l’88, in gran parte frutto della tesi di laurea in architettura con Filiberto Menna, pubblicato nel 1989 da Inonia ed. Roma; è il caso di vari testi ed articoli tra i quali, tanto per citarne uno relativo alle teorizzazioni artistiche degli anni ‘80, Transavanguardia, figlia della crisi o semplicemente della povertà di idee? pubblicato su l’Avanti! il 23 marzo 1981,
Presto si rende conto che anche questo risulta insufficiente. La società è sempre più in declino e mostra sempre più assenza di energia vitale come, anche, marcata attitudine all’essere colonizzata; in balia di una classe dirigente, intellettuale, artistica, sempre più interessata al proprio particulare (effetto di un genius loci transavanguardistico degenerato), epigona di epigoni, incapace di pensare innovazione e creatività a quelle altezze continentali necessarie alla società europea nel suo complesso.
Decide quindi, nel 1989, d’accogliere l’invito di Giordano Falzoni, artista dagli esordi surrealisti conosciuto alla Galleria L’Attico di Fabio Sargentini e tra i fondatori della “Esperanto” Radikala Asocio, a candidarsi al ruolo di Segretario di quell’associazione, oggi costituente del Partito Radicale Nonviolento, transnazionale e transpartito. Ruolo a tutt’oggi ricoperto e importante per l’azione di “scultura del pensiero collettivo” resasi in quest’epoca storica imprescindibile.
Intorno al 2002, trova opportuno utilizzare il nome Kadmo (registrando il dominio www.kadmo.eu) come nome partigiano della Seconda Resistenza.
Dal 2005 è particolarmente impegnato perché l’arte, la lingua e la cultura italiana non scompaiano. A tale proposito, nel 2014 conduce un lungo sciopero della fame di 50 giorni, in auto davanti al Ministero dell’Istruzione dell’Università e Ricerca, perché non siano proprio coloro che sono predisposti a conservare e vitalizzare il sapere, le arti, in lingua italiana a perseguire invece il genocidio linguistico-culturale e la colonizzazione anglofona del Paese.
Nel 2016 pubblica il suo secondo saggio d'avanguardia “Seconda Resistenza e Partito dell’Italiano" versione 1.0 (già Internazionalizzazione della e nella lingua italiana. Dal Governo dell’Italia al Governo dell’italianità: un modello di sviluppo nuovo), come bitlibro in progressione.

(C) Giorgio Kadmo Pagano