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Obiettivo 18 per l'ONU: Esperanto, la lingua comune della specie umana

Obiettivo 18 per l'ONU: Esperanto, la lingua comune della specie umana

La Voce di New York | 20 Jul 2015 
 

Tra gli obiettivi Post-2015 per lo sviluppo sostenibile dell'ONU non c'è quello di una lingua comune per tutti, come invece aveva cercato invano di fare già nel 1922 la Società delle Nazioni per assicurare pace e fratellanza nel mondo. Le Nazioni Unite vogliono realizzare l’Impero anglofono delle Menti? Che ne pensano i BRICS? E Papa Francesco? Rilanciare l'Esperanto contro l'Empire of Mind serve anche per non vedere l’italiano sul tavolo dell' obitorio dell'inglese... 

È incredibile, ma tra gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile Post-2015 delle Nazioni Unite non c’è quello della Lingua Comune per Tutti!

Eppure, per assicurare la pace, la fratellanza ed il benessere all’umanità, l’organizzazione progenitrice delle Nazioni Unite, la League of Nations, pose subito tra i suoi obiettivi più importanti, quello della Lingua Comune per Tutti. Tale obiettivo vide all’opera durante le prime due Assemblee Generali, i delegati di Brasile, Belgio, Cile, Cina, Colombia, Cecoslovacchia (oggi Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca), Haiti, Italia, Giappone, India, Persia (oggi Iran), Polonia, Romania e Sud Africa portare avanti risoluzioni che suggerivano alla Lega delle Nazioni di raccomandare universalmente l’insegnamento dell’Esperanto nelle scuole come lingua internazionale ausiliaria. La maggioranza dei Paesi membri era favorevole all'adozione della Lingua Internazionale (detta Esperanto) come lingua di lavoro, tuttavia il veto della Francia (il francese era la lingua della diplomazia in quegli anni) impedì la realizzazione di tale progetto ma, comunque, nel 1922 la Lega delle Nazioni approvò unanimemente durante la sua terza Assemblea Generale il Rapporto sull’Esperanto come “International Auxiliary Language” che vide anche il supporto convinto di Lord Robert Cecil, insignito del Nobel della Pace nel 1937.

Se già nel 1922, a 35 anni dalla sua nascita ed affermazione transnazionale, si ritenne la Lingua Internazionale (detta Esperanto) pronta per essere adottata come “International Auxiliary Language”, oggi lo è più che mai: ha 93 anni di sperimentazione linguistica mondiale in più; è riconosciuta dal PEN Club International - nel 1993 - 114a lingua di letteratura nel mondo; dal 1994 al 2012 è una delle 60 lingue in cui il Pontefice impartisce la sua benedizione “Urbi et Orbi” ai cattolici di tutto il mondo due volte l’anno; è 64a lingua di traduzione di Google; è lingua di Premi Nobel per l’Economia come il tedesco Reinhard Selten; Umberto Eco ne ha parlato come di “un capolavoro linguistico”; è lingua di una comunità transnazionale presente in oltre 120 Paesi del mondo; ha tempi di apprendimento talmente rapidi che, praticamente tutti, riescono ad apprenderla da autodidatti (vedasi nelle 41 lingue di www.lernu.net); non si devono pagare insegnanti madrelingua; né viaggi studio o danari da portare alle solite nazioni privilegiate, perché ciascuna nazione del mondo è di fatto patria dell’Esperanto, e via dicendo.

Ma, stranamente, molto stranamente, dal 26 giugno 1945, per le Nazioni Unite la questione della “Lingua Comune per Tutti” e della preservazione dell’ecosistema linguistico-culturale mondiale è tabù. 

Forse perché le Nazioni Unite vogliono realizzare quell’Impero anglofono delle Menti di cui Churchill parlava come piano da attuare insieme agli Stati Uniti nel 1943? 

Già, perché il 6 settembre 1943, all’Università di Harvard, Churchill aveva detto chiaramente che il vecchio colonialismo era morto (la Gran Bretagna, per opera di Gandhi stava perdendo l’India, la sua più grande colonia) e che la nuova colonizzazione sarebbe stata quella ad opera degli “Imperi della mente” in quanto, spiegò Churchill, “il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento”. 

Di fatto in Italia, e non solo in Italia, le forze dell’Empire of the Mind hanno lavorato bene. Umberto Eco, nel 2011, spiegava che il “dialetto è una lingua a cui è mancata l’università, e cioè la pratica della ricerca e della discussione scientifica e filosofica, che si arricchisce ogni giorno di nuovi termini e nuovi concetti”. Ebbene nemmeno 3 anni dopo, nel 2014, l’Italia si trovava senza una delle sue più importanti università, il Politecnico di Milano, dove studenti e rettorato si sono trovati d’accordo nel mandare al rogo tutti i libri di tutte le materie, di tutti i corsi di laurea magistrale e di dottorato in italiano a beneficio dell’editoria scientifica anglofona, così come è iniziata l’assunzione di docenti madrelingua inglese, piuttosto che italiana. Potete immaginare cosa ne sarà dell’italiano nel 2030, a quasi 20 anni da quella parole di Eco! 

Già solo a marzo 2015

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, nel disegno di legge chiamato “Buona scuola” la ministra dell’Istruzione Stefania Giannini aveva addirittura inserito un provvedimento dove, all’Art. 2, si parlava di CLIL, Content Language Integrated Learning - in inglese affinché gl’italofoni non capissero di cosa si trattasse -, e in cui si prefigurava la messa a regime dell’insegnamento obbligatorio, dalle elementari alle superiori, di una qualsiasi materia in lingua inglese con la sola esclusione di lingua e letteratura italiana, prevedendo persino, al comma 14 dello stesso articolo, per la scuola primaria, l’assunzione di insegnanti di lingua madre inglese o il ricorso alla fornitura di appositi servizi.

Quel provvedimento, fortunatamente parzialmente emendato in Aula, non investiva solo 40 mila studenti del milanese, bensì oltre 3 milioni di studenti e famiglie italiane. Considerando anche un solo libro a materia, al costo medio di 20 Euro, si sarebbe arrivati a dare 60 milioni di euro all'anno all’editoria anglofona contro quella italofona. E siccome dalle elementari alle superiori le materie insegnate nella scuola italiana sono oltre 80, essendo le materie insegnabili in inglese “qualsiasi”, quindi tutte ad esclusione di lingua e letteratura italiana, anche calcolandone solo 70, si sarebbe arrivati alla cifra di 4 miliardi e 200 milioni di euro, ai quali si sarebbero aggiunti i costi del personale madrelingua inglese o delle società di angloservizio ivi previste.

Danaro che si sarebbe a sua volta aggiunto ai circa 60 miliardi di Euro l’anno che eminenti economisti già nel 2006 (Lukacs) stimavano essere il costo dell’inglesizzazione in Italia mentre i risparmi per la Gran Bretagna, che non insegna seriamente alcuna lingua straniera - come praticamente tutte le nazioni anglofone -, si aggirano intorno i 18 miliardi di Euro (Grin), nel mentre, sempre Grin indica in 25 miliardi di Euro il risparmio per tutti i Paesi europei (Gran Bretagna inclusa) se si utilizzasse l’Esperanto.

Insomma se non ci sarà un “Goal 18” che salvi i popoli del mondo da The Empire of the Mind, entro il 2030 le Nazioni Unite potranno macchiarsi di uno dei peggiori nuovi crimini contro l’umanità, quello che ha per oggetto la mercificazione e schiavizzazione delle menti e non più dei corpi: il linguicidio per migliaia di popoli; la nazionalizzazione linguistica inglese del mondo. 

Un modo come un altro per ottenere la pace, quello di fare in modo che non ci siano più lingue e culture di popoli concorrenti? 

Chissà. Certamente l’italiano sarà, insieme a molte altre lingue di popoli del mondo, pronta per un tavolo di obitorio inglese o statunitense. 

I 60 milioni di italiani in Italia, gli 80 milioni di italiani nel mondo, il miliardo e 230 milioni di cattolici che a Roma hanno la loro capitale spirituale, possono permetterselo?

Certamente no. Il Governo italiano dovrebbe immediatamente mettersi all’opera, puntando sull’eccezionalità dell’obiettivo, imparagonabile a qualsiasi altro, affinché, malgrado il punto avanzato in cui sono giunti i negoziati nella identificazione dei 17 obiettivi, venga aggiunto il 18esimo sulla lingua comune della specie umana entro il 2030. 

Considerato che bisognerebbe prospettare tale iniziativa anche all’interno dell’EEAS - il Servizio Europeo per l’Azione Esterna -, con a capo l’italiana Federica Mogherini, questo sarà anche un fondamentale modo di porre e prospettare una soluzione alla questione della discriminazione linguistica italiana per l’oligopolio anglo-franco-tedesco nell’Unione. 

Basti dire che il regime del Brevetto Unitario al quale l’Italia ha aderito, avrà tre corti dislocate in Gran Bretagna, Francia e Germania, e cosa accadrà allorché un tribunale francese o tedesco avrà ordinato il sequestro dei beni aziendali e il blocco dei conti bancari di imprenditori italiani? 

Quando sapremo che un giudice lontano, che non parla la nostra lingua e viceversa, con un complicato provvedimento scritto in una lingua straniera, avrà vietato in tutta l’Unione europea il commercio di prodotti fabbricati da nostre società che producono a Brescia piuttosto che a Vicenza o a Modena, Roma, Ancona, Lecce o Palermo? 

Cosa accadrà quando quell’imprenditore italiano, per difendersi da un’accusa che gli viene magari da un concorrente europeo, in una lingua che non è la sua ma di quel concorrente e di quel tribunale, avrà dovuto impegnare una quantità di tempo e spendere moltissimo denaro per 

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reclamare giustizia in una peregrinazione che lo porterà da Monaco a Londra o a Parigi? 

John Stuart Mill scrisse che l’unità dell’opinione pubblica, necessaria al funzionamento del governo rappresentativo, non può aversi tra gente che manca di senso di comunità, soprattutto se si parlano lingue diverse, ebbene l’Europa può ancora permettersi di esistere senza una lingua federale?

L’umanità può permettersi l’inevitabile diluvio linguicida conseguente all’assenza di una lingua comune per tutti? 

I Paesi della Speranza della Lega delle Nazioni, possono tradire quel che di giusto hanno fatto allora? 

I cinque Paesi delle economie emergenti: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica uniti come BRICS, e ben presenti alle Nazioni Unite, avendo come obiettivo comune tra loro, la promozione di un'agenda positiva e di unione nelle relazioni internazionali, potrebbero promuovere il diritto alla lingua comune della specie umana già alle Nazioni Unite?

Una grande democrazia come gli Stati Uniti perché non si batte per la democrazia e la giustizia linguistica internazionale?

Il Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon può legare il proprio nome ad una Agenda delle Nazioni Unite che, da qui al 2030, direttamente e indirettamente, farà in modo che i popoli anglofoni più ricchi divengano sempre più ricchi, allarghino oltremisura i loro mercati, dragando risorse umane ed economiche dai Paesi meno fortunati, tagliando loro, direttamente o indirettamente, anche la lingua?

"The World we want" è "the english-only world we want"L’impressione, avendo letto il Draft Zero of the outcome document for the UN summit to adopt the Post-2015 Developmente Agenda ma, anche, l’Enciclica LAUDATO SI’ sulla cura della casa comune, è che Papa Francesco di cose sullo sviluppo sostenibile ne abbia molte da dire intervenendo all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 25 settembre, Assemblea che il giorno dopo approverà gli obiettivi del millennio Post-2015. Segnalo solo un fatto: nel documento suindicato delle Nazioni Unite la parola “ecologia” è praticamente inesistente, nell’enciclica LAUDATO SI’ pesa per ben 86 volte e un intero punto è dedicato all’Ecologia culturale.


I costi dell’insegnamento della lingua straniera in Europa, confronto tra i tre scenari

François GRIN, L’insegnamento delle lingue straniere come politica pubblicaERA onlus ed. Roma (François GRIN, L'enseignement des langues étrangères comme politique publiqueHaut Conseil de l’évaluation de l’école,2005).

1. Il Regno Unito guadagna minimo 10 miliardi di euro netti l'anno dall'attuale dominio dell'inglese. Se si tiene conto dell'effetto moltiplicatore di alcuni componenti di questa cifra, così come del rendimento dei fondi che i paesi anglofoni possono investire altrove grazie alla posizione privilegiata della loro lingua, questo totale va dai 17 ai 18 miliardi di euro l'anno. Questa somma sarebbe sicuramente maggiore se l'egemonia dell'inglese fosse rafforzata da una priorità concessa da altri stati, come sta avvenendo ad esempio in Italia dal 2001. Tale risultato non tiene conto dei diversi effetti “simbolici” ad es. il vantaggio di cui godono i madre lingua inglese in ogni situazione di negoziazione o conflitto che avviene nella loro lingua; tuttavia tali effetti simbolici hanno senza dubbio notevoli ripercussioni materiali e finanziarie.

2. Lo scenario “plurilingue” non riduce i costi ma le ineguaglianze tra i popoli; tuttavia esso rappresenta un rischio sicuro di instabilità ed esige un complesso di misure di accompagnamento per essere attuato.

3. Lo scenario “Esperanto” appare come il più vantaggioso poiché si tradurrebbe in un risparmio netto per la Francia di quasi 5,4 miliardi di euro l'anno e, a titolo netto per l'intera Europa, Regno Unito e Irlanda compresi, di circa 25 miliardi di euro l'anno.

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Giorgio Pagano è un artista e teorico dell’Arte, scultore e architetto italiano, ha curato e prefato diversi volumi sugli aspetti economici del colonialismo e del linguicidio; di prossima pubblicazione Internazionalizzazione della e nella lingua italiana. Dal Governo dell’Italia al Governo dell’italianità: un modello di sviluppo nuovo. Nel 2014 è stato 50 giorni in sciopero della fame in auto davanti al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca affinché il MIUR togliesse il proprio avallo al rogo della lingua e della cultura scientifica italiana perpetrato dal Politecnico di Milano.

A New York sta coordinando la Campagna per la lingua comune della specie umana per il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito.

 

 

 

 

 

 

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L'autocolonizzazione

L’autocolonizzazione.

Intervento di Giorgio Pagano alle Giornate dei Diritti linguistici di Teramo, 20-21 maggio 2008

Rispetto a quella guerra di religione globale scatenata dal peggior integralismo islamico oggi una realtà ben più concreta e temibile si va affermando nel silenzio generale è quella che possiamo chiamare senza falsi pudori "Guerra delle lingue". Ben più concreta e terribile non solo perché il patrimonio in gioco è più pesante in termini numerici rispetto a quello religioso ma, soprattutto, perché a differenza di quelle di religione, la Guerra delle Lingue non ha per obiettivo il mutamento della morale e/o costumi di ciascuno: bensì quello del pensiero di ognuno, dello strumento attraverso il quale pensiamo. Alla guerra delle lingua non interessano i territori geografici bensì la cattura dei territori della mente dei popoli. E’ in tal modo che lo stesso assetto geopolitico è definitivamente sconvolto e sconfitto. Per capirci: se in Italia non si parla più italiano l'Italia geopolitica non esiste più.

Le lingue non sono solo dei mezzi di comunicazione, sono anche dei depositi di culture e identità. Ed in molti paesi l’avanzata dell’inglese “cannibale” minaccia di distruggere buona parte delle culture locali.

In relazioni a questa sorta di squalo delle lingue rappresentato dall’inglese l’Economist del 20 dicembre 2001 dedicava un lungo articolo dal titolo “Il trionfo dell’inglese: un impero con altri mezzi”, il 10 Marzo 2002 l’Indipendent denunciava: “Linguicidio: la morte delle lingue. Ogni 2 settimane ne muore una”, mentre il linguista britannico David Crystal d’accordo con il linguista canadese Krauss prevedeva un destino apocalittico per la diversità linguistica entro questo secolo, con oltre il 90% di lingue in estinzione. L’UNESCO nel suo Atlante delle lingue del mondo a rischio estinzione, che nella versione italiana è edito dalla mia associazione, è più cauto, stimando tale percentuale al 50%, delle quali, circa 160 lingue a rischio sono nel continente europeo.
L’aspetto più paradossale è che la denuncia nasce in ambiente anglosassone. Dando la cifra della totale inconsapevolezza, dell'annichilimento ed assoggettamento mentale dei nostri studiosi, indotto o meno che sia.
La Tove Skutnabb-Kangas ha ben individuato le dinamiche costitutive di questo processo di assoggettamento:
Un presupposto per persuadere gli individui affinché sostituiscano la loro lingua madre con un'altra lingua, - spiega in Genocidio linguistico nell’educazione – sta nel progressivo annichilimento delle lingue e culture d'origine: attraverso un discorso ideologico si presentano lingue e culture dominate come minoritarie, inadeguate o svantaggiate, rendendole in tal modo come dire “invisibili”.
Tre sono le fasi che la studiosa individua nella colonizzazione delle coscienze dei dominati:
1. ESALTAZIONE del gruppo dominante/di maggioranza: esaltazione della sua lingua, cultura, leggi, tradizioni, istituzioni, grado di sviluppo, attenzione ai diritti umani, etc.
2. STIGMATIZZAZIONE e svalutazione dei gruppi minoritari/ subordinati: le loro lingue, culture, leggi, tradizioni, istituzioni, grado di sviluppo, attenzione ai diritti umani, etc.., in modo tale da essere considerati non-civilizzati, primitivi, non-moderni, tradizionali, arretrati, incapaci d'adattarsi all'informazione tecnologica, “democratica” e post-moderna.
3. RAZIONALIZZAZIONE delle relazioni tra i due gruppi: in senso economico, politico, psicologico, educativo, sociologico, linguistico, eccetera. In modo tale da considerare i gruppi di tipo A, dominanti, funzionali ed utili per i gruppi dominati di tipo B: il gruppo dominante “aiuta”, “sostiene”, “civilizza”, “modernizza”, “insegna la democrazia”, “garantisce i diritti”, “evita i conflitti”, “preserva la pace nel mondo”, e così via.
Non è un mistero per nessuno che il processo di anglofonizzazione del mondo intero sia un processo politicamente ed economicamente perseguito: basti pensare al fatto che la Gran Bretagna finanzia a fondo perduto con milioni di euro il British Council, 275 nell’anno 2005-06 e ben di più ora che Gordon Brown vuole formare solo in India un esercito di 750.000 docenti di lingua inglese; basti ricordare le affermazioni del 1997 di David RUTHKOPF su Foreign Policy “è negli interessi economici e politici degli Stati Uniti assicurarsi che se il mondo si sta muovendo verso una lingua comune, questa deve essere l’inglese; che se il mondo si sta muovendo verso telecomunicazioni, sicurezza, standard di qualità comuni, essi devono essere Americani; che se il mondo sta diventando sempre più unito dalla televisione, dalla radio e dalla musica, la programmazione deve essere quella Americana; e che se si cominciano ad affermare valori comuni, essi devono essere valori con cui gli Americani si trovano a proprio agio.

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Ne uccide più la lingua che la spada.

Ne uccide più la lingua che la spada

Ne uccide più la lingua che la spada. E’ in questo vecchio e senza confini adagio che troviamo la durezza di un Ghandi che, nel 1908, arriva a sostenere:«Dare a milioni di persone la conoscenza dell'inglese equivale a schiavizzarli». Ora che la campana suona a morte per il 90% delle lingue e culture del mondo anzitutto ad opera dell’anglofonia quella frase assume inaspettata attualità.
La Guerra delle Lingue è oggi una realtà globale ben più concreta e terribile rispetto a quella guerra di religioni da molti temuta tra cultura cristiana e cultura islamica.
Ben più concreta e terribile non solo perché il patrimonio in gioco è ben più pesante in termini numerici rispetto a quello religioso ma, soprattutto, perché a differenza di quelle di religione, la Guerra delle Lingue non ha per obiettivo il mutamento della tua morale e dei tuoi costumi bensì quello del tuo pensiero, dello strumento attraverso il quale tu pensi.
Ricordate la bomba N ? E’ quella famosa bomba che non distrugge case, strade, oggetti ma solo esseri viventi, tutto il resto rimane intatto. Ecco! La Guerra delle Lingue, ti lascia intatto il corpo ma distrugge la tua “anima”, lo strumento attraverso il quale sei abituato fin da bambino a pensare e concepire il mondo.

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Transavanguardia, figlia della crisi o semplicemente della povertà di idee?

Avanti! Venerdì 23 Marzo 1984

Transavanguardia, figlia della crisi o semplicemente della povertà di idee?
di GIORGIO PAGANO

Transavanguardia/Pittura colta, due facce della stessa moneta. La moneta che paga ottima­mente questo periodo di transizione, ormai agli sgoccioli: pena la via di sottosviluppo. Entrambe figlie della Crisi dell’avan­guardia e della povertà d’idee. Crisi dell’Avan­guardia in quanto l’Eserci­to è in rotta. L’esercito come blocco di riferimento in positivo o in negativo non è più! E non esisten­do Esercito, di chè essere Avanguardia? Non c’è senso. Reale.

Risulta però evidente che un compito di cultura non può più essere nem­meno quello di darsi all’in­seguimento, per mari e monti, di quell’esercito al­lo sbando o d’assoldare mercenari. Bensì si tratta di riorganizzare un nuovo esercito su nuove e più for­ti basi ideali. Fuor di me­tafora: aprire un nuovo so­ciale, su nuove idee, per nuove mete. Un problema d’Alta creatività e cultura.

Il nuovo sociale, per fin troppo ovvi motivi, non può più essere costituito su base italiana, e poi, inter­nazionale. Bensì su base europea cioè sovrannazionale quindi mondiale. Gli ideali di democrazia, giu­stizia, pace e progresso, vi­sti i fallimenti precedenti, vengono ora incarnati. Il nuovo esercito ha così i- deali-armi. Vengono in­carnati dal mezzo stesso,necessario all’Unione, di questo mezzo miliardo d’europei: la Lingua. Una lingua fatta ad arte per la fondazione di una sovra- nazionalità. L’Esperanto (vedasi in proposito gli ar­ticoli di A. Menabene sull’Avanti! del 17-1 e 7-3- 1984). Sorta di «supera­tomica» della pace. Tale rivoluzióne culturale ria­pre un Futuro e costituisce la perfetta e logica conclu­sione di tutto il ’900.

«...la lingua in cui mi sa­rebbe dato non solo scrive­re, ma anche di pensare, non è il latino nè l’inglesenè l’italianao o lo spagnolo, ma una lingua di cui non una sola parola mi è nota, una lingua in cui mi parla­no le cose mute, e in cui forse un giorno nella tóm­ba mi troverò a rispondere a un giudice sconosciuto».

Con queste parole te­stimoni di grande crisi, d’incapacità di dominio del pensiero e del linguag­gio Hofmannsthal apre emblematicamente il No­vecento - 1902, Ein Brief -.

L’impossibilità di porre significativa barriera ala frantumazione dell’io, or­dinante la realtà interiore ed esterna, lo porta alla ri­nuncia della Voce, ad una volontaria incomunicazio­ne ed afasia. Qualche anno più tardi fortunatamente la Voce viene riconquista­ta, Marinetti capisce per­fettamente ciò che bisogna fare: «Occorre che la paro­la sia ricaricata di tutta la sua potenza».

La pratica futurista del linguaggio in originarietà energetica segna la nascita di un nuovo uomo. Ed in­fatti sono le urla, gli stre­pitìi, le storpiate parole prime di un bimbo quelle che sembrano echeggiare nella poesia dei futuristi. Ed è la crescita educativa di questo Bambino che, continuando attraverso va­rie sperimentazioni e ri­cerche vede, con il Con­cettuale, la fine del perio­do dell’«età evolutiva». Non a caso, il gruppo più importante dell’arte con­cettuale è stato Art & language. Arte e linguaggio.

Oggi, il Passaggio è dal linguaggio alla Lingua, e ciò costituisce, per essen­za, il frutto ideale e finale di tutti quegli anni. è l’i­niziazione avvenuta, l’in­gresso adulto. E tale ini­ziazione fa uscire l’arte (il Giovinetto) dallo stadio di «morte» che precede l’ini­ziazione stessa (Guénon: iniziazione deriva da «initium» e significa propria­mente «entrata» o «punto di partenza», è l’entrata in una via che resta da per­correre in seguito, o me­glio il punto di partenza di una nuova esistenza.).

L’arte ricrea nessi e funzioni!
L’Avanguardia si è fatta Esercito!
L’Avanguardia s’è fatta Esercito rifondandosi e ri­fondando questo su nuova e più grande unione, pos­sibilità, Vita.
E’ l’aurora della filoso­fia mondiale - Heidegger, ma anche Jaspers -.

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L’Esperanto come scelta federalista

Lotta Federalista N. 1-4, Gennaio-Dicembre 1981

L'ESPERANTO COME SCELTA FEDERALISTA

Colui che non vuole prepararsi, per­ché questo interromperebbe il suo piacere, si vedrà ben presto togliere questo stesso piacere per conservare il quale non voleva prepararsi.
Tucidide

Mentre sto scrivendo, in Europa, il dollaro sta creando profonde crepe nello SME oltrepassando in Italia le 1200 lire, un aumento rispetto ad ap­pena due anni fa, spaventoso, oltre il 50%. L’Europa sembra completamente bloccata, perfettamente a suo agio nel­l’anno dell’handicappato.

In tali frangenti capisco sempre di più l’importanza di un rilancio del­l’Europa attraverso una politica inter­na ed estera totalmente nuova, dove il motore trainante non sia più quello degli espedienti e degli accordi tecnici, per quanto importanti, ma quello della cultura, là dove la parola cultura più somiglia alla parola Civiltà. Ciò che auspico nel più breve tempo pos­sibile è una rifondazione, un ri-Sorgi­mento europeo su base principalmente culturale, criticando sia la civiltà tec­nica occidentale (USA) che quella ideo­logica orientale (URSS).

In tale prospettiva credo rivesti un certo interesse la mozione della GFE romana sul problema dell’eurolingua, la cui giusta soluzione credo costi­tuirà da una parte la fine della crisi della civiltà europea e dall’altra porrà le basi di quella ri-fondazione, di quel ri-Sorgimento Europeo di cui intuisco.

Bisogna prendere posizione per un indirizzo del processo di unificazione che non chiuda le porte ai popoli del­l’Europa orientale, e che sappia svi­luppare nel suo seno un rinnovamento della democrazia tale da far cadere le dittature europee... (1) In questa vec­chia proposizione di Albertini forse c’è tutto lo spirito seguito dalla GFE a proposito della sua risoluzione finale in aiuto dell’esperanto, che ritengo dovrebbe essere sottoscritta da tutte le forze veramente europeiste; infatti se si dovesse affermare come lingua ufficiale europea l’inglese, l’Europa non apparirà ancora una volta caudataria degli USA? Bloccando così in secula seculorum la possibile unione con l’al­tra sua meta orientale? Tra l’altro vo­glio qui ricordare che proprio nel paese dell’Est più travagliato in questo mo­mento, la Polonia, gli studenti hanno chiesto l’abolizione dell’obbligatorietà del russo nelle loro scuole (anche Za­menhof era polacco).

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(C) Giorgio Kadmo Pagano